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Nocciola avellana

Tra i prodotti tipici della Campania, la nocciola avellana merita un posto di prim’ordine sia per storia che per caratteristiche…


Sin dal suo apparire sulle tavole degli antichi, la nocciola, fu semplicemente indicata come la nux abellana, la noce avellana, dalla città campana di Abella, oggi Avella.


Uno dei primi a sostenerlo fu Macrobio, lo scrittore latino vissuto intorno al IV secolo d. C., che nei suoi Saturnalia ci lascia immaginare quanto dovessero essere intense le coltivazioni di nocciole nei dintorni di Abella già in quel tempo lontano: Nux haec Abellana, quae est eadem, ex arbore est quae dicitur corylus, de qua Virgilius dicit: Corylum sere (È questa la noce avellana, proprio quella raccolta dall’albero cosiddetto corylus, chiamato così anche da Virgilio nelle Georgiche).

E, per restare nel mondo antico, questa piccola noce dal sapore intenso e selvatico ispirò la composizione di alcune salse speciali con cui condire carni e pesci ad Apicio, quel crapulone e buongustaio gastronomo che circolava nei palazzi dell’imperatore romano Tiberio, mentre ad Ateneo ispirava dolci e focacce.

Avellana, dunque, è sempre stata la nocciola, tanto che lo stesso nome della specie botanica scelto da Linneo fu proprio Corylus abellana, così da fondere insieme Macrobio e Virgilio.

L’antica Abella dovette essere importante nella storia della Campania.


Qui fu inciso in lingua osca il famoso Cippus Abellanus, ritrovato nel 1745 e ora conservato nel Seminario Arcivescovile nolano, in cui viene documentato un trattato fra Abella e Nola relativo al possesso comune di un santuario dedicato a Ercole.

Questo tempio doveva sorgere fra i boschi e le sorgenti, che ancora oggi caratterizzano l’intero Parco del Partenio, dove la particolare natura del suolo, ricco di sedimenti vulcanici, ha favorito la formazione di un terreno fertilissimo. Non potrebbe spiegarsi altrimenti la notevole produzione della nocciola, sempre intensa e mai abbandonata attraverso il passare degli anni, in tutto il comprensorio adagiato tra l’Irpinia, il Sannio e l’Agro Nolano.

Già nella Statistica Murattiana, compilata intorno al 1811, veniva segnalata la produzione di questa nocciola in una considerevole quantità: ben 65000 tomoli ogni annata, corrispondenti a circa 32500 ettolitri, venduti, con una misura di capacità, quindi, e non di peso, a 2 ducati al tomolo.

L’anonimo estensore ci descrive pure le fasi della raccolta della nocciola, che cominciano a giugno e si protraggono fino a ottobre. Così pure ci racconta che possono essere mangiate verdi (e in tal caso i puristi della lingua preferiscono chiamarla nocchia) ; che possono conservarsi ancora così, ma tenute sotto la sabbia, fino alla primavera successiva; che da dicembre in avanti si mangiano disseccate al sole con tutto il mallo oppure abbrustolite al forno con il mallo o smallate: ma il maggior consumo se ne fa in tutte le feste e per donarle.

E questa è proprio un’altra storia, una bella storia, che ancora una volta lega un frutto della terra e il cibo a quei momenti particolari, che la tradizione folkloristica e il sentimento religioso popolare una volta scandivano con solennità e sacralità e che ora sono diventati sì e no dei lontani ricordi.

È la storia dell’antrita (dall’intrita latina, cioè pronta per essere sminuzzata), quella nocciola avellana appunto, come ci narra il D’Ambra nel suo Vocabolario Napoletano-Toscano del 1873: sgusciata e secca al sole, e fattane filze con agucchiate di refe, o tostata a moderato calore.

Quella stessa che il Capasso nella sua versione napolitana dell’Iliade cita quando dice: Vuje che pretennite? Ca na cravatta d’urzo ve sia posta? O d’essere ‘nfelate comm’antrita?, ossia Voi che cosa pretendete. Che una cravatta di orso vi sia posta al collo? Oppure di essere infilato come l’antrita?

E che Velardiniello nelle sue Stanze paragona a perle: Chella co la gonnella de scarlato portava perne grosse comme antrite, ossia Quella con la gonna rossa portava perle grandi come le antrite.

E che sempre ha accompagnato i pellegrini durante le loro ascese ai santuari, lungo i sentieri più impervi, disegnati dalla natura e lastricati dall’uomo per raggiungere i luoghi della devozione mariana o dei santi taumaturghi e protettori.


Importante ad Avella, a Lauro, a Mercogliano, a Ospedaletto è la coltivazione del nocciuolo – scrive ne La Verde Irpinia nel 1924 Antonio D’Amato – Le nocciole sono adoperate nelle fabbriche di torrone di Caserta e di Benevento per le antrite e si esportano, in gran quantità (più di ventimila quintali all’anno) in Francia e nell’America. Triturate e mescolate col miele, danno una pasta saporita, cupèta, della quale si fa enorme consumo durante le feste religiose. Trae origine dalla cupedia, che si vendeva nel Cupedinarium forum di Napoli.

Antrite e cupèta, dunque, consumate come cibo rituale e anche per spassatiempo, per far scorrere lentamente il tempo e sostituire, forse, con un carico energetico notevole, ma non economicamente dispendioso, il lauto pasto allestito collettivamente in attesa del sospirato miracolo sul sagrato del tempio.

Antrite e cupèta anche come spassatiempo per la lunga notte della Vigilia di Natale, da sgranocchiare, prima tra le mani come grani di un rosario e poi, lentamente sotto i denti, aspettando la nascita del Bambinello per adagiarlo nella mangiatoia tra i pastori sul presepe, sciogliendo i canti e levando la nenia.

La nocciola fu cibo rituale non soltanto per scelta del popolo. Nel passato, principalmente nel secolo scorso, una vera e propria regola dietetica ecclesiastica, oltre alla proibizione della carne, obbligava durante i venerdì e il tempo di quaresima a consumare i maccheroni, cosiddetti di magro o pezzentielli, conditi semplicemente con nocciole pestate e tritate.


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